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lunedì 10 agosto 2009
Si può parlare di pillola abortiva in parlamento?

La bizzarra domanda nasce da un contenzioso verbale che ha visto la luce dalle affermazioni di Gianfranco Fini, che ha definito "originale" parlare e deliberare di un farmaco in sede di parlamento, ottenendo perciò un duro richiamo da parte di Cossiga, che lo ha richiamato alla correttezza istituzionale. Gasparri si è invece espresso positivamente in merito alla questione, sottolineando che le camere possono svolgere attività ispettive su qualsivoglia argomento. Eppure, di pillola abortiva già si era parlato in sede di governo, sin dall'inizio delle sperimentazioni sul farmaco al Sant'Anna di Torino, proseguendo poi con diverse interrogazioni rilasciate da esponenti non solo della maggioranza. L'argomento, però, è sempre delicato, poichè, nonostante la Ru486 venga ritenuta psicologicamente migliore del metodo per aspirazione, essa prevede una pratica autosufficiente, ed anche il compito di verificare il flusso del sangue dopo l'espulsione dell'ovulo è da praticare da sè. Tale pratica sarebbe dunque sicuramente meno controllabile rispetto agli attuali metodi abortivi, e quindi da escludersi. Ma forse il motivo di tanta riluttanza non è tutto qui, dal momento che l'argomento è da trattare con le pinze in Italia, la cui costituzione dichiara che l'aborto non è fatto privato, ma di rilevanza pubblica e sociale, e impone la supervisione in istituti medici attrezzati. E' da discutere dunque l'eventualità di riconsiderare il modo di vedere la maternità, per stabilire se garantire una vita dignitosa a delle madri che non avevano voglia di diventarlo, semplicemente eliminando una cellula, dal momento che scientificamente essa non è da considerarsi un individuo fino ai 3 mesi di gestazione.

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