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giovedì 13 agosto 2009

Niente libertà per il premio Nobel birmano


Era il lontano 1991 quando una donna non ancora 50enne, grazie alla sua estenuante attività politica e civile, venne insignita del premio Nobel per la pace. Fare resistenza al governo, o peggio ancora, difendere i diritti umani in Birmania, è un'impresa non facile, della quale forse possiamo esserci fatti una ancora vaga idea quando, in occasione delle olimpiadi di Pechino, la questione salì agli onori di cronaca grazie ai tumulti e alle proteste dei manfestanti birmani, manifestazioni puntualmente represse nel sangue. Ciononostante, la voce dei cittadini birmani non si è mai spenta, seppure non più udita dal resto del mondo, e le manifestazioni son continuate, spesso guidate proprio da lei, Aung San Suu Kyi, e la sua organizzazione politica, la Lega Nazionale per la Democrazia, con l'effetto, neanche troppo sorprendente in verità, di una condanna agli arresti domiciliari comminatale nel 1989. Nonostante ciò, la sua azione politica è continuata, fino ad arrivare alle elezioni, un anno dopo, con un risultato che le sarebbe valso di diritto il posto da Primo Ministro. I militari annullarono però il voto, salendo al potere ed instaurando il regime militare che tutt'ora governa il Paese. Gli arresti domiciliari perdurarono; nel 2007 la donna incontrò alcuni membri di spicco del suo partito che non vedeva da ormai tre anni, in stato di semi-libertà vigilata. La libertà non è però durata molto: Aung San Suu Kyi è stata nuovamente condannata ai domiciliari con l'accusa di aver incontrato un mormone americano che il maggio scorso raggiunse la casa della donna a nuoto. Per lo stato birmano, la donna, ricevendo la visita, ha violato il suo stato di arresto, e dovrà scontare una ulteriore pena di un anno e mezzo. Per molti, però, la pena è stato un espediente con il quale allontanare la donna dalle future elezioni politiche del 2010, prevenendo una prevedibile vittoria della Suu Kyi, che è ormai appoggiata dalla quasi totalità del popolo birmano.

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